Archivio per la categoria ‘Austraday’

La giornata passò serenamente, sembravamo entrambi aver dimenticato i turbamenti della nostra esistenza. Finite le scene andammo a pranzo in un nuovo locale fuori New York in una campagna poco distante. Era appartato e romantico e quando ci sedemmo sulle rive del lago ai piedi del ristorante, mi strinse dolcemente e mi coccolò. Ci rotolammo nell’erba alta, il profumo dei giacinti mi inebriava e sentire il suo corpo muoversi sul mio, mi provocava un calore inaspettato. Lo allontanai da me, era troppo dover sopportare quel desiderio straziante. Drovy intuì la mia difficoltà e mi strinse più forte.
“Tu metti a dura prova la mia pazienza. Non sono forte come credi, non quanto te almeno!”.
Lo guardavo sospettosa, stava davvero esagerando e non poteva lamentarsi poi delle mie reazioni sconsiderate. Io rispettavo i suoi tempi e pretendevo che lui non si facesse beffe dei miei sussulti.
“Tu amore mio sei più forte di quando credi, e puoi fidarti delle mie parole. Un giorno capirai quanta verità ci sia in esse.”.
Mi strinse forte per l’ultima volta prima di sollevarmi con un braccio e mettermi a cavalcioni sulla sua pancia. Sorrideva irradiando l’ambiente circostante e tutta quella luce accompagnata dall’odore acre dell’erba bagnata e dall’aroma pungente del lago al calar del sole, mi trasportarono in un sogno, un sogno che facevo da bambina. Mancavano solo le fate a coronare quel miraggio e sorrisi nel pensare che quel giorno, vicino al New Jersey, in quell’immagine di un posto incantato, se uno spettatore avesse visto quella scena come la vedevo io, avrebbe giurato che la fata era in braccio al suo cavaliere e che rideva a crepapelle rapita dal suo amore.
Un pittore rapito da quella scena, avrebbe certamente dipinto un quadro, di quell’immagine, nel quale io sarei apparsa come un incantatrice ed il mio Drovy come il prode paladino venuto a salvarmi dalle megere ed i folletti della foresta.
Quella giornata fuori dal comune, aveva messo allegria nel mio cuore e non avrei mai voluto terminasse, quella sensazione di leggerezza e libertà avvertita raramente. Sembrava strano doverlo sottolineare a me stessa, ma la parola libertà che tutti pronunciano troppo facilmente, risuonava nella mia mente come un macigno al collo.
Quel sentimento di leggerezza che inseguiamo per una vita, era così sfuggente da non esistere e chi poteva dire di essere davvero libero? Chi poteva ammettere di aver conquistato finalmente quell’angolo di paradiso per il quale erano morti popoli, guerrieri e sovrani? Quell’onirico destriero che ci dovrebbe condurre in volo nella strada della nostra vita, chi lo aveva mai veramente cavalcato?
In tutti i mondi, le ere, i secoli ed i lustri che avevo studiato, incontrato, vissuto, solo una certezza si era radicata in me. Nessuno avrebbe potuto essere libero mai, se non nel profondo delle proprie convinzioni e solo in quelle. La libertà era solo un diversivo creato dall’animo umano per rendere più sopportabile una vita alla ricerca di se stessi, una vita consumata per inseguire un sogno, un sogno per il quale valeva la pena morire.
Questo era la libertà, un sogno dal quale nessuno di coloro che la inseguivano si sarebbe risvegliato mai e, Drovy ed io, se pur consapevoli della sua inesistenza, avremmo vissuto una vita intera solo per giungere all’illusione del suo raggiungimento, anche solo per un attimo, anche se coscienti dei nostri limiti avremmo dovuto provarla solo quando l’ultimo respiro ci avrebbe raggiunti. Anche solo per quell’attimo l’avremmo rincorsa e, chiudendo gli occhi, ci saremmo beati della scoperta.
Luna


AUSTRADAY © è un testo registrato, l’opera è protetta dalle leggi internazionali e nazionali che regolano e proteggono i diritti d’autore e le proprietà intellettuali, tutti i diritti

Annunci

Austraday (pillole)….di Luna

Pubblicato: 31 gennaio 2011 in Austraday

Ritirai il mio diploma e sgattaiolai nella mia vecchia aula, per l’ultima volta.

Volevo ancora  farmi male. Ero una maestra, nell’andare a ricercare situazioni che avrebbero solo potuto ferirmi, ma dopotutto cosa poteva accadere? Avrei forse ricordato qualche aneddoto divertente e poi ne avrei sofferto? Cosa c’era di così terribile da non potermi sedere nel banco che mi aveva accolta per cinque anni? E cosa avrebbe mai potuto ferirmi di più, dopo la decisione di volare dall’altra parte dell’Europa, solo per crearmi un futuro forse migliore?

Presa da tanta nostalgia e angoscia, le mie mani cominciarono a tremare e le mie gambe lunghe e muscolose vacillarono, tanto da dovermi appoggiare per non cadere.

Restai seduta lì non so per quanto tempo. La luce alta del sole, che mi accecava, mi fece capire che erano passate più di due ore. Avevo imparato che quando il sole batteva sul mio banco così vivacemente, erano le undici e stava per suonare la ricreazione.

Mi diressi all’ingresso, con la mente piena di immagini dei miei anni felici lì dentro, e uscendo, chiusi per sempre  quello che era stato un capitolo fondamentale della mia vita.